Febbraio 26, 2022

Nella stretta morsa di pressioni, aspettative e fretta a cui spesso siamo sottoposti, non avete mai avuto l’impressione di subire più che di vivere?

Come se il dover certificare le costanti attese ci obbligasse a tenere un passo che non è il nostro; e maggiori diventano queste attese, maggiore deve essere lo sforzo per rimanere all’altezza. È la stessa dinamica che descrive in maniera provocatoria Libero De Rienzo in una scena extra del film “Santa Maradona” (2001) parlando del protagonista:

«Più passa il tempo più lui si convince che la sua vita si complichi, e allora ‘devo trovare lavoro, devo andare di qua, devo fare questo, devo fare quello’ […] fai un milione di cose; e uno dice ‘bravo stai capendo che la vita è un fatto complicato, stai diventando realista, okay’. No! Lui fa così perché ha una paura matta, perché capisce che sta perdendo la mira».

Il pericolo dunque in questa continua rincorsa è quello di “perdere la mira”, di non essere più in grado di capire ciò che realmente si vuole. Così accade anche a Will Hunting, protagonista dell’omonimo film (1997): un ragazzo geniale che vive nella distrazione continua e nell’ozio; tutto è un instancabile divertimento (letteralmente “allontanamento, deviazione”, lo stesso movimento del monologo prima citato). Questo finché non incontra Sean, un grandioso Robin Williams nei panni dello psicologo che segue il ragazzo, il quale, dopo aver fatto breccia nella corazza di Will, lo mette alle strette con una domanda: «Che cosa vuoi fare veramente?».  A questa segue un lungo silenzio: non basta il genio di Will, non basta neanche tutta la conoscenza del mondo, anche lui capisce che sta perdendo la mira. 

Fino a quel momento aveva continuato a fuggire dalla propria responsabilità, perché in fondo prima di Sean nessuno gli aveva mai detto che la prima domanda a cui deve rispondere (da cui “responsabilità”) riguarda quello che lui realmente vuole e desidera, ciò che più profondamente lo soddisfa. Sono la conoscenza di questo e l’azione di conseguenza che portano Will a essere pienamente Will, a prendersi in mano e a fare della propria vita qualcosa di grande. 

Di che cosa c’è bisogno quindi per ri-prendere la mira? Serve qualcuno che ci rimetta davanti alla nostra vera statura di uomini capaci di fare cose straordinarie usando quella forza unica che è il desiderio. È necessario anche qualcuno che liberi questo desiderio, che ne abbia fiducia e non lo sopprima, come Sean che capisce immediatamente che il genio di Will non potrà mai esprimersi chiuso tra le quattro mura di un ufficio, e con la fiducia di un padre gli dice: «Tu puoi fare quello che vuoi». 

In un modo o nell’altro quindi, per poter essere noi nel modo più vero, deve emergere questo desiderio che siamo: come scrive Martin Buber:

«In ognuno c’è qualcosa di prezioso che non c’è in nessun altro. Ma ciò che è prezioso dentro di sé, l’uomo può scoprirlo solo se coglie veramente il proprio sentimento più profondo, il proprio desiderio fondamentale, ciò che muove l’aspetto più intimo del proprio essere», e questo deve potersi esprimere come contributo unico e reale per il mondo –perché tale è la sua portata– dovunque uno sia posto, che sia in università, a casa, in un ufficio; concludendo sempre con le parole di Buber, «È qui, nel luogo preciso in cui ci troviamo, che si tratta di far risplendere la luce della vita divina nascosta». 

Obiettivo Studenti Firenze

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